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Effetti dell’emergenza COVID-19 sull’economia delle regioni

Stato: marzo 2021

Crollo congiunturale a causa della crisi coronavirus

L’epidemia di coronavirus dichiaratasi a fine 2019 in Cina tiene sotto scacco il mondo intero da più di un anno. Il virus si è diffuso in tutto il pianeta, costringendo i governi ad adottare misure drastiche. Nemmeno la Svizzera è stata risparmiata: dopo il lockdown deciso nella primavera 2020 e i successivi allenamenti, nell’autunno 2020 si è optato dapprima per un rallentamento (slowdown) per poi imporre un nuovo lockdown di diverse settimane a partire dal gennaio 2021. 

Il primo lockdown (primavera 2020) e il secondo (inverno 2021) hanno colpito duramente l’economia svizzera. Nel 2020 la disoccupazione è aumentata e le richieste di lavoro ridotto hanno raggiunto un livello record. Anche le previsioni congiunturali hanno dovuto essere riviste fortemente al ribasso. Se prima della crisi si ipotizzava per il 2020 una crescita del PIL, ora il gruppo di esperti della Confederazione incaricato delle previsioni congiunturali prevede un calo del 3%. Per sostenere l’economia in questo momento difficile sono state varate misure di sostegno per svariati miliardi in forma in forma di crediti transitori, fideiussioni, programmi per i casi di rigore ed estensione dell’indennità per lavoro ridotto.

Uno sguardo all’indice dell’attività economica settimanale pubblicato dalla SECO (indice AES) consente di valutare l’impatto dei provvedimenti adottati per contenere la diffusione del virus sull’economia: dall’andamento dell’indice si può constatare come un lockdown abbia ripercussioni nettamente più forti di tutte le altre misure. Fortunatamente l’effetto del secondo lockdown sembra essere più contenuto di quello della primavera 2020.  

Non tutti concordano sul fatto che misure più severe abbiano effettivamente un impatto negativo a medio e lungo termine per l’economia. Basti pensare che a inizio novembre una sessantina di economisti svizzeri avevano chiesto in una lettera aperta al Consiglio federale di imporre un secondo lockdown. Anche la task force COVID-19 del Consiglio federale aveva concluso in uno studio che un lockdown avrebbe generato più benefici che costi.

Settore dei servizi particolarmente toccato

È opportuno esaminare più da vicino i settori e i rami d’attività direttamente toccati dalla crisi. Nel settore primario, l’agricoltura dovrebbe riuscire a reggere relativamente bene. L’approvvigionamento di alimenti e di foraggi soddisfa il fabbisogno di base ed è stato solo moderatamente limitato dalle misure adottate dal Consiglio federale. La crisi innescata dal coronavirus ha addirittura avuto effetti positivi sui redditi dell’agricoltura. Si sono però osservati anche effetti negativi, come i costi per l’adozione di piani di protezione o il calo della domanda da parte della ristorazione.

L’industria e le attività manifatturiere sono confrontate a difficoltà maggiori. Nel 2020, nel settore dell’industria meccanica, elettrotecnica e metallurgica (MEM) si è registrato un calo degli ordinativi del 6,5% rispetto al 2019. Poiché tale contrazione ha avuto un impatto sul fatturato, nella sola industria MEM sono andati persi oltre 6000 posti di lavoro. Nell’intero settore secondario la riduzione della cifra d'affari nel 2020 si è attestata al 5,2%. Una delle principali ragioni del forte impatto della crisi sul settore è il calo della domanda all’estero che si riflette anche nelle cifre relative alle importazioni e alle esportazioni. In primavera il commercio estero ha infatti subito un crollo storico: in aprile 2020 le esportazioni in termini destagionalizzati sono diminuite dell’11,7% rispetto al mese precedente. A subire il calo maggiore sono però state le importazioni, che nell’aprile 2020 hanno fatto segnare un -21,9% in termini destagionalizzati. In quel mese la bilancia commerciale ha chiuso con un’eccedenza di 4,3 miliardi di franchi, il valore mensile più alto mai registrato. Su base annuale, nel 2020 le esportazioni sono risultate inferiori del 7% rispetto al 2019 e le importazioni di oltre l’11%.

La crisi ha lasciato particolarmente il segno anche nel settore dei servizi. Diverse analisi mostrano che la maggior parte dei rami d’attività fortemente colpiti dalla crisi o dalle misure per contenere i contagi rientrano proprio in questo settore. Il motivo è evidente: molti servizi richiedono il contatto personale tra fornitore e cliente e quindi comportano un rischio più elevato. Tra i settori duramente colpiti c’è quello della cultura e degli eventi, che deve fare in conti in particolare con divieti e limitazioni del numero di partecipanti. Anche la ristorazione e i servizi di alloggio hanno subito un duro colpo: oltre alla chiusura dei ristoranti, misure quali le restrizioni degli orari di apertura e le regole di distanziamento non permettono una gestione redditizia delle attività. Inoltre, per effetto delle restrizioni ai viaggi (p. es. norme sulla quarantena), gli alberghi svizzeri non registrano praticamente più presenze di ospiti stranieri. L’impatto è altrettanto devastante nel settore dei viaggi. Infine, anche alcuni segmenti del commercio al dettaglio hanno subito importanti perdite di fatturato, come le stazioni di servizio, i negozi di giocattoli o i negozi di abbigliamento, mentre altri hanno guadagnato, come i negozi di alimentari e gli shop online di elettronica. Nel complesso, il commercio al dettaglio ha registrato nel 2020 un aumento della cifra d’affari dello 0,1% (0,8% in termini reali) rispetto al 2019.  

Gli effetti della crisi si estendono ben oltre i settori direttamente colpiti e riguardano in definitiva l’intera catena del valore. Le difficoltà che attanagliano per esempio il settore degli eventi si ripercuotono sulle aziende specializzate nell’allestimento scenografico, nella sonorizzazione e illuminazione e sulle aziende di catering.

Excursus: grandi differenze nella possibilità di telelavoro

Un recente studio dell’Università di Basilea ha analizzato in che misura gli addetti di un settore possono svolgere il loro lavoro da casa (smart working).

Nei settori in cui l’attività lavorativa comprende compiti prevalentemente amministrativi o creativi la percentuale di collaboratori che possono lavorare almeno in parte da casa raggiunge il 90% (si pensi al settore finanziario e assicurativo o all’informatica). In altri rami dell’economia, invece, questa possibilità non c’è, p. es. nella ristorazione, nel settore alberghiero e nell’edilizia. Questo è dovuto alla grande importanza che il contatto personale o la presenza fisica ricoprono in queste attività. Di conseguenza, le aziende maggiormente in difficoltà a causa dell’emergenza COVID-19 sono soprattutto quelle che possono ricorrere solo marginalmente al telelavoro.

Anche da questo punto di vista si osservano differenze a livello regionale: nelle regioni rurali l’incidenza delle professioni che si prestano meno al telelavoro è maggiore. 

L’impatto della pandemia non è lo stesso ovunque

La pandemia ha messo in difficoltà così tanti settori e catene di valore che, in definitiva, nessuna regione e tipologia territoriale è stata risparmiata. Tuttavia, non tutte le regioni risultano colpite allo stesso modo. Il motivo principale è rappresentato dalle differenze regionali a livello di struttura economica e al fatto che i settori fortemente colpiti hanno un peso economico maggiore in determinate regioni rispetto ad altre. Tuttavia un’analisi sommaria sulla base dei settori colpiti non è sufficiente, dal momento che anche all’interno di un settore specifico vi possono essere differenze regionali per quanto riguarda il grado di vulnerabilità alla crisi. Può quindi succedere che in una regione vi sia una concentrazione di aziende in un ramo industriale particolarmente colpito e in un’altra vi sia una concentrazione in un altro ramo dello stesso settore più resistente alla crisi.

L’importanza della struttura economica per il grado di vulnerabilità alla crisi è evidente se si considera il numero di addetti la cui azienda (stabilimento) ha dovuto chiudere in gennaio 2021 per effetto dell’ordinanza COVID-19.

La cartina mostra che sono soprattutto le regioni di montagna a subire gli effetti dell’ordinanza COVID-19. In queste regioni si registrano infatti percentuali superiori alla media di occupati nei settori in difficoltà legati al turismo (vedi excursus). Naturalmente le ripercussioni della pandemia si estendono ben oltre i settori direttamente interessati dall’ordinanza COVID-19. Tuttavia, la rappresentazione grafica mette in evidenza come la crisi abbia colpito determinate regioni più di altre in ragione della struttura settoriale della loro economia

Come già accennato, un’analisi globale dei settori colpiti non è sufficiente, in quanto vi possono essere differenze regionali all’interno di uno stesso settore. L’esempio del turismo è eloquente. Sebbene la crisi del turismo sia molto grave per le regioni di montagna a causa dell’alta percentuale di occupati nei settori legati alle attività turistiche, il maggior calo in termini di pernottamenti si è registrato nei centri urbani. Nelle città, infatti, vi è tipicamente una quota più elevata di ospiti stranieri, che però lo scorso anno hanno disertato la Svizzera a causa delle restrizioni di viaggio. A questo si aggiunge l’arresto quasi totale del turismo d’affari. Nello stesso tempo, il turismo nelle regioni di montagna ha beneficiato dell’aumento della domanda interna, per il fatto che molti più svizzeri del solito hanno scelto di trascorrere le loro vacanze in patria (vedi excursus).

Il turismo, quindi, non fa eccezione. Anche nell’industria si osservano differenze regionali. Tra gli esempi emblematici vi è quello dell’industria tessile della Svizzera orientale che realizza circa il 70% del fatturato all’estero e ha quindi subito un forte contraccolpo a seguito del calo della domanda internazionale. La crisi ha colpito duramente anche altri settori di esportazione, come l’industria orologiera, mentre altri, quali l’industria farmaceutica, hanno resistito piuttosto bene. Le differenze risultano evidenti anche esaminando il contributo percentuale dei vari settori all’aumento della disoccupazione, che nei Cantoni Giura, Neuchâtel (industria orologiera e metallurgica) e San Gallo (industria tessile e MEM) è cresciuta in misura superiore alla media.

Il grafico mette in evidenza altre differenze regionali, in parte già menzionate: l’elevata vulnerabilità del settore alberghiero in Ticino e in Vallese, l’edilizia in difficoltà nel Cantone dei Grigioni e la crescita superiore alla media della disoccupazione nel settore del commercio nei Cantoni Turgovia e Zugo. Da notare che l’aumento totale dei disoccupati varia considerevolmente in alcuni dei Cantoni menzionati (vedi capitolo dedicato alla disoccupazione).

Nel complesso di può affermare che tutte le regioni svizzere sono state colpite dalla crisi, alcune più di altre. La vulnerabilità di una specifica regione dipende quindi, da un lato dalla struttura della sua economia, dall’altro dall’orientamento dei settori di attività presenti. Appare dunque sensato applicare le misure per i casi di rigore in base alla situazione cantonale. 

Excursus: turismo messo a dura prova dalla crisi coronavirus

Nel settore del turismo la crisi ha avuto un grave impatto sul numero dei pernottamenti. Dopo il brusco crollo di marzo e aprile 2020, la situazione è leggermente migliorata nei mesi di maggio e giugno per poi segnare una netta ripresa in luglio: a causa delle restrizioni di viaggio, molti svizzeri hanno infatti scelto di trascorrere le vacanze estive in patria. Di conseguenza, da luglio i pernottamenti degli ospiti nazionali si sono attestati a un livello nettamen-te superiore a quello del 2019. Questo effetto positivo è però lungi dal compensare l’assenza degli ospiti stranieri: a causa della seconda ondata di COVID-19 anche la stagione invernale è stata molto difficile. Per il turismo svizzero, il 2020 è stato uno dei peggiori anni in assoluto

A beneficiare della seppur breve ripresa registrata in estate sono state in particolare le regioni di montagna. Anche in questo caso, però, si osservano delle differenze. Secondo un sondaggio realizzato da HotellerieSuisse, la stagione estiva 2020 è stata migliore di quella del 2019 per il 61% degli esercizi del Canton Grigioni, contro il 32% in Vallese e solo il 14% nell’Oberland bernese. 

A differenza delle regioni di montagna, le città hanno potuto approfittare solo in misura limitata dell’aumento del turismo interno. Nel contempo, gli ospiti stranieri – che hanno un peso importante per il turismo urbano – hanno disertato la Svizzera e il turismo d’affari ha subito una battuta d’arresto. La situazione di grave difficoltà in cui versa il settore del turismo nelle città non è rimasta senza conseguenze: diversi alberghi hanno già dovuto chiudere e si registra un aumento dei licenziamenti.

Per una piena ripresa bisognerà attendere almeno il 2022. 

Boom del lavoro ridotto

Nota: non è escluso che nella distribuzione cantonale del lavoro ridotto conteggiato descritta in questo sottocapitolo vi siano errori di attribuzione (possibile fonte di errore: tutte le richieste di un’azienda sono state attribuite a un unico Cantone, anche se l'azienda possiede stabilimenti in altri Cantoni). I dati corrispondono allo stato attuale delle conoscenze, con riserva di modifiche.

Come già evidenziato, le conseguenze della crisi vanno ben oltre i settori direttamente colpiti. Lo dimostrano le richieste di indennità per lavoro ridotto, il cui numero ha raggiunto nella primavera 2020 livelli record, di gran lunga superiori a quelli registrati durante la crisi finanziaria. All’inizio della crisi, poco dopo il lockdown, l’indennità per lavoro ridotto è stata chiesta per quasi il 40% degli occupati (circa 2 milioni di addetti) in Svizzera. Il fatto che un’azienda presenti una domanda di lavoro ridotto e che questa venga approvata non significa necessariamente che l’azienda lo introduca effettivamente per i suoi dipendenti. Basta guardare il numero effettivo delle indennità fruite. In aprile il lavoro ridotto è stato introdotto per circa 1,3 milioni di persone, ossia per poco più della metà dei dipendenti per i quali era stata presentata una domanda. In seguito, il loro numero è diminuito costantemente fino a interessare 250 000 dipendenti in settembre. 

Con l’arrivo della seconda ondata pandemica, la pressione sull’economia è cresciuta nuovamente inducendo un maggiore ricorso alle indennità di lavoro ridotto, che nel dicembre 2020 sono state versate a oltre 300 000 addetti. A titolo di confronto, durante la crisi finanziaria 90 000 addetti avevano usufruito del lavoro ridotto. Si suppone che le cifre saliranno ulteriormente in seguito alle nuove chiusure imposte dalle autorità. Siamo però ancora molto lontani dal picco registrato nell’aprile 2020.

L’analisi per Cantone della percentuale di addetti per i quali in dicembre 2020 è stato introdotto il lavoro ridotto evidenzia che Grigioni (8,4%), Ticino (8,2%), Neuchâtel (7,5%) e Zurigo (7,4%) sono i Cantoni più colpiti. I motivi sono molteplici. Nel Cantone dei Grigioni la metà dei dipendenti interessati dal lavoro ridotto è attiva nell’industria alberghiera e della ristorazione, mentre l’altra metà è ripartita su più settori. La situazione è un po’ diversa nel Cantone di Neuchâtel, dove i comparti in maggiore difficoltà sono quelli più toccati dal crollo delle esportazioni, primi fra tutti l’orologeria e l’industria metallurgica. Tuttavia, anche il settore della ristorazione ha fatto ampio ricorso al lavoro ridotto. Nel Cantone Ticino a usufruirne sono state soprattutto le aziende attive nell’industria alberghiera e della ristorazione, nel commercio e nelle attività manifatturiere. Diversa è la situazione del Cantone di Zurigo, dove a risentire maggiormente della crisi – a causa delle restrizioni di viaggio – è stata l’industria aeronautica con oltre 11 000 lavoratori in disoccupazione parziale nel dicembre 2020. Gli altri settori che hanno fatto ricorso al lavoro ridotto sono stati soprattutto quello della ristorazione e i servizi annessi come pure i centri fitness.

Disoccupazione in aumento

L’evoluzione appena descritta lascia supporre che durante la crisi legata al coronavirus sia aumentata anche la disoccupazione. Se nel gennaio 2020 il tasso di disoccupati si attestava al 2,3%, in maggio, con lo scoppio della pandemia e il lockdown è passato al 3,4%. Un’evoluzione atipica, visto che dopo l’inattività invernale di diversi settori, p. es. l’edilizia, in questo periodo dell’anno la disoccupazione è solita calare. Nella primavera 2020, si è osservato invece un aumento che ha interessato tutte le regioni del Paese. 

In estate la situazione è leggermente migliorata per effetto delle variazioni stagionali e della diminuzione dei contagi. Dall’inizio della seconda ondata, la disoccupazione è di nuovo cresciuta fino ad attestarsi al 3,6% nel febbraio 2021, con 168 000 persone iscritte negli URC.

L’aumento della disoccupazione registrato finora è relativamente contenuto. Grazie in particolare al massiccio ricorso al lavoro ridotto e agli altri aiuti statali è stato possibile, almeno finora, scongiurare un’ondata di licenziamenti e di fallimenti. 

Excursus: impiego dei crediti transitori COVID-19

Per garantirsi una certa liquidità, le aziende più toccate dalla pandemia possono chiedere alla propria banca l’erogazione di crediti transitori COVID-19 garantiti dalla Confederazione. A inizio dicembre ne erano stati concessi 137 000 per un importo complessivo di 16,9 miliardi di franchi, ossia in media 123 000 franchi per credito e oltre 4000 franchi per equivalente a tempo pieno (FTE). 

Nell’impiego di questi crediti si osservano alcune differenze regionali. Ad esempio, il volume del credito per forza lavoro (misurata in FTE) nella Svizzera latina è tendenzialmente più elevato che nella Svizzera tedesca. In particolare, sorprendono i dati elevati del Ticino, ma anche nella Svizzera tedesca il quadro non è uniforme. Ad esempio, il volume dei crediti per equivalente a tempo pieno nei Cantoni di Zugo e Svitto è sensibilmente più elevato che in quelli di Zurigo o Lucerna.

Oltre ai crediti COVID-19, a fine novembre 2020 è stato lanciato un programma di aiuti per i casi di rigore e per determinati settori sono stati approvati contributi a fondo perduto. 

Dall’analisi dei tassi di disoccupazione per regione emerge che nella Svizzera romanda l’incremento è stato più marcato che nel resto della Svizzera. Nel febbraio 2021 è infatti aumentato di circa 1,4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, contro circa 1 punto nella Svizzera tedesca. Questa differenza potrebbe essere dovuta alle misure temporaneamente più severe adottate dai Cantoni romandi per contenere la diffusione del virus

Dal confronto tra città e campagna emerge che, rispetto alle aree rurali, le aree urbane hanno subito un contraccolpo maggiore in termini di numero di disoccupati. La crescita più pronunciata del tasso di disoccupazione (1,3 punti percentuali) si osserva nelle grandi città, quella più debole nei comuni rurali (0,7). 

Le prospettive rimangono ottimistiche

L’analisi mostra che tutte le regioni del Paese hanno risentito della crisi proprio perché i suoi effetti sono di ampia portata. I settori colpiti direttamente o indirettamente attraverso le catene di creazione del valore sono molti. Tra quelli più in difficoltà figurano la ristorazione, i servizi di alloggio, il settore della cultura e degli eventi, il commercio e l’industria. Attualmente non è possibile prevedere con che rapidità questi settori si riprenderanno. Per la ristorazione, i servizi di alloggio, il settore della cultura e degli eventi tutto dipenderà dalla velocità del ritorno alla normalità. L’industria fortemente orientata all’esportazione dovrà invece attendere la ripresa degli altri Paesi. 

Tuttavia, non tutte le regioni risultano colpite allo stesso modo. A determinare la portata degli effetti della crisi su una regione sono la struttura economica e l’orientamento dei settori d’attività presenti. Maggiore è l’importanza dei settori colpiti per l'economia regionale, più forti sono le ripercussioni della crisi sulla regione. Va inoltre detto che anche all’interno di singoli settori (p. es. turismo) vi possono essere differenze regionali per quanto riguarda il grado di vulnerabilità alla crisi.

È prevedibile che nei prossimi mesi la situazione economica resterà difficile. Si teme che gli aiuti statali abbiano solo rimandato l’ondata di fallimenti, senza evitarla. Attualmente non è possibile stabilire per quanto tempo le conseguenze della crisi si faranno sentire e quanto peseranno sull’economia. Come già menzionato, tutto dipenderà soprattutto dall’evoluzione dei contagi e dalle misure che verranno adottate. 

Vi sono comunque motivi per essere fiduciosi. L’aumento delle temperature in primavera e i progressi nella vaccinazione della popolazione dovrebbero portare a un miglioramento della situazione. Lasciano ben sperare anche le osservazioni della scorsa estate, che ci hanno mostrato come l’allentamento delle misure anti-COVID possa innescare una rapida ripresa. Questi segnali positivi si rispecchiano anche nelle previsioni congiunturali: il Centro di ricerche congiunturali del Politecnico federale di Zurigo e la SECO prevedono che nel 2021 il PIL tornerà a crescere di circa il 3-4%.

Per maggiori informazioni sugli effetti del coronavirus sulla vostra regione, non esitate a contattarci!

 

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Bild: regiosuisse

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